San Giuseppe Moscati

Paolo VI, il papa che lo ha beatificato

Chi è colui che viene proposto oggi all’imitazione e alla venerazione di tutti?
E’ un laico, che ha fatto della sua vita una missione percorsa con autenticità evangelica…
E’ un Medico, che ha fatto della professione una palestra di apostolato, una missione di carità…
E’ un Professore d’università, che ha lasciato tra i suoi alunni una scia di profonda ammirazione…
E’ uno Scienziato d’alta scuola, noto per i suoi contributi scientifici di livello internazionale… La sua esistenza è tutta qui…”

Giovanni Paolo II, il Papa che lo ha canonizzato

“L’uomo che da oggi invocheremo come Santo della Chiesa universale, si presenta a noi come un’attuazione concreta dell’ideale del cristiano laico.
Giuseppe Moscati, medico Primario ospedaliero, insigne ricercatore, docente universitario di fisiologia umana e di chimica fisiologica, visse i suoi molteplici compiti con tutto l’impegno e la serietà che l’esercizio di queste delicate professioni laicali richiede.
Da questo punto di vista il Moscati costituisce un esempio non soltanto da ammirare, ma da imitare soprattutto da parte degli operatori sanitari… Egli si pone come esempio anche per chi non condivide la sua fede”.

I genitori

La famiglia Moscati proviene da S. Lucia di Serino, piccolo paese in provincia di Avellino. Qui nel 1836 nacque Francesco, il padre del futuro Santo, che si laureò in giurisprudenza e percorse brillantemente la carriera della magistratura.
Fu giudice al Tribunale di Cassino, Presidente del Tribunale di Benevento, Consigliere di Corte d’Appello, prima ad Ancona e poi a Napoli, dove morì il 21 dicembre 1897.
A Cassino Francesco Moscati conobbe e sposò Rosa de Luca, dei marchesi di Roseto. Dal matrimonio nacquero nove figli: Giuseppe fu il settimo.
Finché visse, il padre del Santo ogni anno conduceva la moglie e i figli al paese natale, per un periodo di riposo e per stare a contatto con la natura. Si recavano insieme nella chiesa delle Clarisse, per partecipare alla Messa, che spesso Francesco stesso serviva. In due lettere San Giuseppe Moscati fa cenno al paese natale. La prima è del 20 luglio 1923, scritta durante il suo viaggio in Francia e Inghilterra: “Alle ore 14.20 partenza per Modane, per la Francia. […] Attraversiamo delle valli chiuse da monti ricoperti di castagni (Borgone). Qua e là il nastro argenteo dei fiumi: come è simile questo paesaggio a quello indimenticabile di Serino, l’unico posto al mondo, l’Irpinia, ove volentiere trascorrerei i miei giorni, perché rinserra le più care, le più dolci memorie di mia infanzia, e le ossa dei mie cari!”
La seconda lettera fu scritta il 19 gennaio 1924, dopo aver appreso la morte di un suo zio: “La fine di zio Carmelo è il crollo di tanti ricordi cari legati alla sua persona. Oh, le dolci memorie della infanzia, dei monti di Serino! Cose e persone del paese di mio padre mi sono fitte nel cuore indelebili; e la dipartita d’ogni testimone della mia passata spensieratezza è una disillusione di più: precipita la parte romantica della mia personalità. E più mi sento solo, solo e vicino a Dio!”

Formazione umana e cristiana

Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880.
Figlio di Francesco, Presidente del Tribunale di Benevento, e di Rosa de Luca, dei Marchesi di Roseto, Giuseppe era il settimo di nove figli.
Fu battezzato in casa sei giorni dopo la nascita, il 31 luglio 1880, festa di S. Ignazio Loyola, da
Don Innocenzo Maio.
Nel 1881 il padre è promosso Consigliere di Corte d’Appello e si trasferisce ad Ancona con la famiglia. Nel 1884 è trasferito a Napoli come Presidente della Corte d’Appello.

Il primo incontro con Gesù eucarestia, il piccolo Giuseppe lo ebbe l’ 8 dicembre 1888 nella chiesa delle Ancelle del Sacro Cuore di Napoli, nel corso di una cerimonia celebrata da Monsignor Enrico Marano. Non ci restano altre notizie dell’avvenimento, ma possiamo dire che quel giorno si posero le fondamenta della vita eucaristica, che sarà uno dei segreti della santità del prof. Moscati.
Dopo il corso elementare, Giuseppe si iscrisse al ginnasio e, fin dall’anno 1889-90, frequentò l’Istituto Vittorio Emanuele, dove conseguì la maturità classica con ottimi voti nel 1897.
Due mesi dopo aver intrapreso gli studi di medicina, il giovane Moscati è colpito da un grave lutto che scaverà un solco profondo nella sua vita. Il padre Francesco, due giorni dopo esser stato colpito da emorragia cerebrale, muore il 21 dicembre 1897, dopo aver ricevuto i Sacramenti.

Nell’ambiente universitario, Moscati continuò a distinguersi per la serietà e l’impegno ed il 4 agosto 1903, con una tesi sull’urogenesi epatica, conseguì la Laurea con il massimo dei voti e la lode.

Morte del padre e del fratello Alberto

Nei primi tredici anni di permanenza a Napoli, la famiglia Moscati fu colpita da due gravi lutti. Il 19 dicembre del 1897, lo stesso anno in cui Giuseppe si era iscritto all’Università, il padre Francesco fu colpito da emorragia cerebrale.
Tornava a casa dopo aver partecipato alla Messa presso la chiesa dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, di cui faceva parte. Il 21 dicembre 1897, dopo aver ricevuto i Sacramenti e aver affidato la moglie e i figli al primogenito Gennaro, rese la sua anima a Dio.
Il 12 giugno 1904 si spense a Benevento, dove si era ritirato presso l’ospedale “Fatebenefratelli”, il secondogenito Alberto. Nel 1892, durante una parata militare a Torino, era caduto da cavallo, riportando un trauma cranico, con sindrome di epilessia.
Giuseppe Moscati frequentemente trascorreva molte ore accanto al fratello per assisterlo. Questa esperienza contribuirà a spingerlo, caso unico nella famiglia, a scegliere gli studi di medicina. La morte di Alberto gli causò un dolore che ricorderà per tutta la vita.

Università ed ospedale

Conseguita la laurea, università e ospedale furono i primi campi di lavoro del giovane medico Giuseppe. Presto vinse il concorso di Coadiutore straordinario presso l’Ospedale Incurabili (1903), quello di Assistente nell’Istituto di Chimica Fisiologica (1908) ed ebbe lusinghieri riconoscimenti in campo scientifico.
Nel 1906 ci fu l’eruzione del Vesuvio e Moscati si distinse nell’opera di soccorso. A Torre del Greco fece sgomberare l’ospedale ed egli stesso aiutò gli ammalati ad uscire prima che il tetto crollasse.
Due giorni dopo inviò una lettera al Direttore generale sanitario degli Ospedali Riuniti, proponendo gratificazioni per coloro che lo avevano aiutato, pregando di non essere nominato.
Nel 1911, a trentun’anni, il dott. Moscati vinse il concorso di Coadiutore Ordinario negli Ospedali Riuniti, un concorso importantissimo che non si bandiva dal 1880 e al quale parteciparono medici venuti da ogni parte.
Il Prof. Cardarelli, che faceva parte della commissione esaminatrice, rimase ammirato e disse che in 60 anni di insegnamento non si era mai imbattuto in un simile giovane. Perciò lo ebbe caro per tutta la vita e lo scelse come medico curante.

Prima del concorso Moscati, prevedendo che ci sarebbero stati imbrogli e favoritismi, scrisse al Prof. Calabrese, ordinario di Clinica Medica: ” … Non posso tollerare la copia degli altri, già troppo protetti, e già lieti di prenotazione ai posti stessi, che sono stati a loro fatti intravedere da amicizie e compromessi pregiudiziali. […] Io non agisco per superbia, ma per un innato senso di giustizia. Guai a toccarmi su questo punto!… ”
Da allora gruppi di giovani studenti e di giovani medici seguivano Moscati di letto in letto nelle visite agli infermi, per apprendere il segreto della sua arte. Nel medesimo anno, su proposta di Antonio Cardarelli, la Reale Accademia Medico-Chirurgica lo nominava Socio aggregato e il Ministero della Pubblica Istruzione gli conferiva la Libera Docenza in Chimica Fisiologica.

Direttore dell’Istituto di Anatomia Patologica

Università “Federico II” di Napoli

Oltre all’intenso lavoro tra Università e Ospedale, il Prof. Moscati diresse e diede nuovo impulso all’Istituto di Anatomia patologica, già diretto da Luciano Armanni, che era decaduto per incuria.
Presto divenne “un vero maestro nell’esercizio delle autopsie”, come afferma il Prof. Quagliariello.
Luciano Armanni aveva fatto incidere sull’ingresso della sala anatomica questa frase: “Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae.” (= “Questo è il luogo dove la morte è lieta di soccorrere la vita”). Ma nella sala, scrive il Prof. Nicola Donadio, “mancava ogni segno di religione, l’ambiente era severo ma sconsolato.”
Il Prof. Moscati ebbe l’idea di far collocare su di una parete della Sala, ma in alto, come a dominare tutto l’ambiente, un Crocifisso con un’iscrizione che non poteva essere più felice: “Ero mors tua, o mors.” (= “O morte, sarò la tua morte”), citazione del profeta Osea (Os 13,14).
Le autopsie per Moscati erano lezioni di vita.
Negli ultimi mesi del 1914 la signora Rosa, mamma del Prof. Moscati, cominciò a stare molto male, affetta da diabete, male a quei tempi incurabile. Moscati fu uno dei primi medici, a Napoli, a sperimentare l’insulina.

“Ma la vita non finisce con la morte, continua in un mondo migliore. A tutti è stato promesso, dopo la redenzione del mondo, il giorno che ci ricongiungerà ai nostri cari estinti e che ci riporterà al supremo Amore!”.

Da una lettera al Sig. Mariconda, del 27 febbraio 1919

La madre morì il 25 novembre 1914. Prima di spirare, dopo aver ricevuto con grande devozione; i sacramenti, disse ai figli che le si stringevano intorno: “Figli miei, mi fate morire contenta. Fuggite sempre il peccato, che è il più grande male della vita”.
Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò nel conflitto mondiale ed il prof. Moscati fece domanda di arruolamento volontario senza, tuttavia, essere esaudito. Le autorità militari gli affidarono i soldati feriti che affluivano all’Ospedale degli Incurabili, che venne militarizzato.
Visitò e curò circa 3000 militari, di cui redasse diari e storie cliniche. Per questi egli fu non solo il medico, ma il consolatore vigile ed affettuoso.
Negli anni che seguirono, il prof. Moscati rinunciò alla cattedra di chimica fisiologica presso l’Università Federico II di Napoli.
Ne beneficiò l’amico e collega prof. Quagliariello, indicato dallo stesso Moscati come sua alternativa.
Queste notizie furono fornite, con grande umiltà, dallo stesso prof. Quagliariello, che sarà in seguito Magnifico Rettore della stessa Università, il quale dichiarò: “Quanti di questi gesti di generosità Egli abbia compiuto è noto soltanto a Dio, perché qualche volta sono rimasti ignoti anche a coloro che ne trassero beneficio”.

Primario dell’Ospedale degli Incurabili

Statua collocata da S. Giuseppe Moscati nell’Ospedale degli Incurabili

Dopo questa scelta cosciente consapevole, il prof. Moscati si orienta definitivamente verso il lavoro ospedaliero e nelle corsie dell’ospedale impegna tempo, esperienza, capacità umane. Le malattie e le miserie fisiche e spirituali saranno sempre in cima ai suoi pensieri, perché i malati – diceva – “sono le figure di Gesù Cristo, anime immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi”.
La fama di Moscati come maestro e come medico era indiscussa. Tutti parlavano delle sue lezioni, delle sue doti diagnostiche, del suo lavoro tra gli ammalati.
Il Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale lo nominò Direttore della III Sala uomini. Era il 1919. Così scrive Moscati in una lettera del 26 luglio 1919:
“Da ragazzo guardavo con interesse all’Ospedale degli Incurabili, che mio padre mi additava da lontano dalla terrazza di casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura.
Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose, e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti che mi circondavano.
Allora compreso tutto negli iniziati studi letterari, non sospettavo e non sognavo che, un giorno, in quell’edificio bianco, alle cui vetrate si distinguevano appena, come bianchi fantasmi, gli infermi ospitati, io avrei ricoperto il supremo grado clinico.”

Moscati docente

Nonostante la rinunzia alla cattedra universitaria, Moscati fu sempre professore e maestro.
Se aveva scelto di stare vicino agli ammalati, non per questo aveva rinunziato al’insegnamento,
in cui aveva la possibilità di incontrare i giovani e comunicare loro.
Leggendo le testimonianze dei suoi allievi, dobbiamo dire che egli aveva particolari doti per fare il professore. A una preparazione solida, univa il desiderio dell’aggiornamento, la passione per la ricerca, una innata curiosità per il nuovo, la capacità di spaziare nei vari settori della medicina.
Così scriveva il Prof. Moscati al Prof. Francesco Pentimalli:
“Ho creduto che tutti i giovani meritevoli, avviatisi tra le speranze, i sacrifici, le ansie delle loro famiglie, alla via della medicina nobilissima, avessero diritto a perfezionarsi, leggendo in un libro che non fu stampato in caratteri neri su bianco, ma che ha per copertura i letti ospedalieri e le sale di laboratorio, e per contenuto la dolorante carne degli uomini e il materiale scientifico, libro che deve essere letto con infinito amore e grande sacrificio per il prossimo.
Ho pensato che fosse debito di coscienza istruire i giovani, aborrendo dall’andazzo di tenere misterioso gelosamente il frutto della propria esperienza, ma rivelarlo a loro…”

Filippo Bottazzi conobbe Moscati fin dal 1905, e nel 1923 lo condusse con lui al Congresso di Edimburgo. Ha scritto di lui: “Profondamente religioso, sincero credente e assiduo praticante, non fece mai ostentazione dei propri sentimenti, ma non tralasciò mai di curare, insieme ai corpi, anche e innanzi tutto le anime, e di avviarle verso quella luce che per singolare grazia divina a lui sfolgorava, da abissi per noi impenetrabili.”
Ma alcuni, vedendo che gli studenti si affollavano attorno alla cattedra di Moscati, tramavano per impedirgli d’insegnare. In una lettera di Moscati al Prof. Pietro Castellino, del 22 maggio 1922, si ha l’eco di queste manovre, che gli procurarono anche dei momenti di scoraggiamento:
“E’ che io sono in preda ad un estremo esaurimento e a una stanchezza mortale, perché dagli anni della guerra fino a oggi è un continuo lavoro e una serie di emozioni pre me! Sono un essere sbagliato… […] non vivo più; passo le notti insonni…”
Come ognuno di noi, Moscati non era impassibile dinanzi all’invidia e agli interessi degli altri. La santità si innesta sulla natura umana, la rispetta, ma contemporaneamente le fornisce i mezzi per non soccombere e per elevarsi al di sopra di orizzonti angusti e fallaci.
Quando infine conseguì la libera docenza, nonostante gli ostacoli che gli avevano frapposto dinanzi, scrisse quella sua riflessione che è tra i suoi pensieri più conosciuti:

Ama la verità, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala, e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.”

Nonostante le contrarietà e i dispiaceri, Moscati sapeva però anche scherzare, e in vari suoi scritti, compreso uno schizzo satirico, si vede come fosse sagace e arguto.
“Sebbene lontano, non lascerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile e incrollata, quella rivelata da Dio, la scienza dell’al di là!
In tutte le vostre opere, mirate al Cielo, e all’eternità della vita e dell’anima, e vi orienterete allora molto diversamente da come vi suggerirebbero pure considerazioni umane, e la vostra attività sarà ispirata al bene.”

Scienza e Fede

Giuseppe Moscati nel 1923

Come spesso ai nostri giorni, anche ai tempi di Moscati una concezione pseudoscientifica allontanava molti da Dio e dalla Chiesa, quasi che la vera scienza fosse inconciliabile col soprannaturale, e la tecnica potesse appagare le vere aspirazioni del cuore umano.
Da studente, da medico e da professore, Giuseppe Moscati non si chiuse mai nell’angusto cerchio degli studi umani, ma seppe elevarsi a considerazioni superiori, convinto che verità umana e verità divino provengono da un’unica fonte: Dio verità infinita.
Significative sono a questo proposito tante lettere di Moscati, come questa al Dott. Agostino Consoli di Lagonegro (PZ), del 22 luglio 1922.

Un’altra considerazione su questo tema dei rapporti tra scienza e fede è contenuta in una lettera al Dott. Antonio Guerricchio, di Matera: “Di quanti giovani mi sono ricordato, promettenti, pieni di spirito di sacrificio e di virtù, pervasi da giusto entusiasmo, e che son dovuti arrivare dispersi, sopraffatti dal nepotismo, dalla indifferenza, dall’egoismo dei sacerdoti della scienza! […]
Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene.
Io ho sempre vivo nel cuore il rammarico di sapervi lontano; e solo mi conforta che abbiate conservato in voi qualche cosa di me; non perché valga nulla, ma per quel contenuto spirituale, che mi sforzai di trattenere e diffondere intorno: compito sublime, ma tanto irraggiungibile con le mie povere forze. Io vi tengo presente, siatene sicuro…”

Medico dei poveri

Studio medico di Giuseppe Moscati

Se si volessero raccogliere gli episodi che manifestano la predilezione del Prof.Moscati per la povera gente, non basterebbe un libro. Ne riportiamo solo alcuni.

“Una volta – attesta il Dott. Brancacciomandai al professore una giovane donna ammalata di tubercolosi con un biglietto, con cui gli facevo notare le condizioni economiche della povera inferma.
Il professor Moscati la visita, prescrive la cura, non prende alcun compenso e congeda l’inferma; ma questa, con grande meraviglia, si accorge che nel foglio della diagnosi vi era un biglietto da 50 lire, messovi dal professore senza dir nulla.”

Racconta il gesuita P.Antonio de Pergola che, insieme a Moscati, tornando da Vico Equense, si fermarono a Castellammare di Stabia e si diressero alla “povera e miserabile dimora di un ferroviere infermo, presso il cui capezzale i colleghi del malato, nel treno medesimo, avevano pregato il Professore di andare.”
Moscati cominciò la visita e intanto i ferrovieri raccoglievano denaro per pagare il Professore. Moscati se ne accorse e allora si avvicinò e con elequente semplicità rivolse loro queste poche parole: «Poiché voi, sottraendo parte del vostro duro lavoro, siete venuti in aiuto del vostro amico infermo, io mi associo al vostro senso umanitario e contribuisco alla sottoscrizione con la mia quota, onde l’infermo possa avere, con la somma raccolta, i mezzi necessari per curare la malattia»,
e consegnò loro tre biglietti da lire 10.”
Una suora del Sacro Cuore ha riferito che Moscati, chiamato da un’inferma, le prescrisse una cura, ma tornando un’altra volta vide che la cura non era stata fatta. Egli, resosi conto che – nonostante l’ampiezza – la casa nascondeva invece povertà, “trovò subito il modo di provvedere senza destare ammirazione; e diede in parole di rimprovero, dicendo che quando si chiama il medico, se ne devono adempiere le prescrizioni, poi si allontanò.
Quelli della famiglia restarono afflitti; ma di lì a poco, rimuovendo i cuscini dell’inferma, trovarono un biglietto di 500 lire. Il dottor Moscati, per sfuggire all’ammirazione della sua carità, aveva assunto la veste del rimprovero e dell’asprezza.”

La morte improvvisa

Traslazione del corpo di Giuseppe Moscati nella chiesa del Gesù Nuovo: 16 novembre 1930

Il 12 aprile 1927, martedì santo, il prof. Moscati, dopo aver partecipato, come ogni giorno, alla Messa e aver ricevuto la Comunione, trascorse la mattinata in Ospedale per poi tornare a casa. Consumò, come sempre, un frugale pasto e poi si dedicò alle consuete visite ai pazienti che andavano da lui. Ma verso le ore 15 si sentì male, si adagiò sulla poltrona, e poco dopo incrociò le braccia sul petto e spirò serenamente. Aveva 46 anni e 8 mesi. La notizia della sua morte si diffuse immediatamente, e il dolore di tutti fu unanime. Soprattutto i poveri lo piansero sinceramente, perché avevano perduto il loro benefattore. Tra le prime testimonianze dopo la sua morte, significativa è quella del cardinale di Napoli, Alessio Ascalesi. Dopo pregato dinanzi al corpo di Moscati, rivolto ai familiari disse: “Il Professore non apparteneva a voi, ma alla Chiesa. Non quelli di cui ha sanato i corpi, ma quelli che ha salvato nell’anima gli sono andati incontro quando è salito lassù”.

Beatificazione

Beatificazione di S. Giuseppe Moscati. Paolo VI con i gesuiti Molinari, Marranzini e Tripodoro

La stima e la venerazione che avevano circondato il Prof. Moscati durante la vita, esplosero dopo la sua morte, e presto il dolore e il pianto di coloro che lo avevano conosciuto si tramutò in commozione, entusiasmo, preghiera. Si ricorreva a lui in ogni circostanza, e molti affermavano di ricevere grazie fisiche e spirituali per sua intercessione. Il 16 luglio 1931 iniziarono i Processi informativi presso la Curia di Napoli. Il 10 maggio 1973 la Congregazione per le Cause dei Santi, a Roma, emanò il Decreto sulle virtù eroiche, per cui Giuseppe Moscati viene dichiarato Venerabile.Nel frattempo venivano istruiti i processi per l’esame di due miracoli: due guarigioni improvvise attribuite a Moscati. Un maresciallo degli agenti di custodia, Costantino Nazzaro, di Avellino, era guarito dal morbo di Addison. I medici non gli davano alcuna speranza, ma egli con la famiglia intensificò la preghiera a Giuseppe Moscati. Una notte vide in sogno che Moscati lo operava, e svegliatosi si trovò perfettamente guarito. Il secondo miracolo approvato dalla Congregazione per le Cause dei Santi è quello di Raffaele Perrotta, di Calvi Risorta (CE), guarito da meningite cerebrospinale meningococcica. Quando già i familiari avevano preparato per lui l’abito per la sepoltura, ecco che tra il 7 e l’8 febbraio 1941 si ebbe una instantanea e definitiva guarigione. Il 16 novembre 1975, il Papa Paolo VI dichiarò Beato Giuseppe Moscati, durante una solenne celebrazione in Piazza San Pietro.
Quel giorno la pioggia si presentò varie volte durante la funzione, ma la folla che gremiva la piazza seguì con commozione il sacro rito fino alla conclusione

Canonizzazione

25 ottobre 1987 Canonizzazione Giuseppe Moscati

Nel 1977, due anni dopo la Beatificazione, ci fu la ricognizione canonica del corpo: le ossa furono ricomposte, e il corpo di Moscati fu collocato nell’urna di bronzo, opera del Prof. Amedeo Garufi, sotto l’altare della Visitazione. La devozione per Moscati cresceva sempre più. In vista della canonizzazione, fu scelta ed esaminata la guarigione da leucemia, o mielosi acuta mieloblastica, del giovane Giuseppe Montefusco, avvenuta nel 1979. Quest’uomo era considerato ormai spacciato. La madre, Rosaria Rumieri, avvilita per la diagnosi infausta, vide una notte in sogno la foto di un medico in camice bianco.  Raccontò il sogno al suo Parroco, che le parlò del Beato medico Giuseppe Moscati. La signora venne al Gesù Nuovo, e subito riconobbe il volto della foto vista in sogno.
Da allora iniziò a pregare Moscati, coinvolgendo anche parenti e amici. Il figlio Giuseppe dopo poco tempo guarì perfettamente. Non ha più fatto alcuna cura e ha ripreso il suo pesante lavoro di fabbro. Poi si è felicemente sposato, e vive ora felicemente con moglie e figli.

Dopo lunghi esami, finalmente nel concistoro del 28 aprile 1987 il Papa Giovanni Paolo II fissò la data della canonizzazione al 25 ottobre dello stesso anno.
Dall’ 1 al 30 ottobre era in corso a Roma la VII assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, che trattava della “Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, a 20 anni dal Concilio Vaticano II”.Non poteva aversi una coincidenza migliore: Giuseppe Moscati era un laico, che aveva svolto la sua missione nella Chiesa e nel mondo. La sua canonizzazione era auspicata da studiosi, medici e studenti universitari, che ricordavano la sua figura di scienziato e di uomo di fede, impegnato a lenire le sofferenze e a condurre gli ammalati a Cristo. Alle 10 del 25 ottobre 1987, in Piazza San Pietro, il Papa Giovanni Paolo II, dinanzi a circa 100.000 persone, dichiarava Santo Giuseppe Moscati, a 60 anni dalla morte. Alla Messa di Canonizzazione era presente il miracolato Giuseppe Fusco, di 29 anni, con la madre, che offrì al Papa un volto di Cristo in ferro battuto, da lui stesso realizzato nella sua officina di Somma Vesuviana (NA). La festa liturgica di San Giuseppe Moscati fu fissata, in seguito, al 16 novembre di ogni anno.

Una ricetta autografa del prof. Moscati datata 6 aprile 1926
La carta intestata riporta l’intestazione:
Dott. Prof. Giuseppe Moscati
Docente di Chimica fisiologica e Clinica Medica
nella R. Università di Napoli
Medico Primario e Direttore
dei Laboratori degli Ospedali Riuniti di Napoli
Socio aggreg. della R. Accademia medico-chirurgica
Via Cisterna dell’Olio,10

firma Giuseppe Moscati